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Valter Esposito – Venezia, un pesce fuor d’acqua?

OCEANO, MARE N.1 (2008) 182X92 coll. privVENEZIA. Seduto su una sedia a sdraio davanti alla spiaggia  dell’hotel Des Bains al Lido di Venezia, con lo sguardo rivolto verso lo splendido litorale, nel lontano 1934, il grande Thomas Mann ebbe a scrivere: “Non c’è mare più bello per farvi il bagno, e la vicinanza di una simile città è qualcosa di unico… “ Venezia città straordinaria, tuffata e cullata nell’acqua, per Marillina Fortuna è stata un’autentica fonte di creatività,  una perfetta simbiosi con il suo concetto di “rifare” l’arte.  Ed ecco che nasce questa splendida mostra non a caso intitolata “Venezia, un pesce fuor d’acqua?”, che prende il nome (come dice l’artista stessa), dall’opera centrale del percorso espositivo e trae spunto per il titolo dal libro  “Venezia è un pesce”, scritto da Tiziano Scarpa. Una città vista come punto d’arrivo ma allo stesso tempo come punto di partenza di un lungo viaggio nel Mediterraneo… Un “itinerario” che vede simboleggiare popoli e razze diverse sotto l’aspetto di fiori, paesaggi, ma soprattutto pesci, che assumono un’importanza fondamentale nell’opera dell’artista,  veneta di nascita, milanese d’adozione. C’è il piranha, c’è lo squalo, c’è il delfino e poi le meravigliose balene. Ma soprattutto c’è la grande sogliola (come la definisce Tiziano Scarpa), la Venezia vista dall’alto. Un’opera che racchiude sotto un certo aspetto tutto il percorso della mostra. Una grande sogliola per l’appunto definita splendidamente “Venezia,  un pesce fuor d’acqua”. Questo enorme pesce che sembra quasi voler uscire dal suo habitat naturale ed avvicinarsi alla terra, creare quasi una sorta di legame-immortale.  Venezia, in fondo, con il suo essere “unica” viene ad essere per l’artista un po’ “metafora della vita” che ruota attorno al Mediterraneo, come il pugilato lo è nello sport. C’è il distacco della superiorità, della nobiltà, forse decaduta ma mai abbandonata dalla memoria. Le opere che siano storie marine (Junk Fish), fiori (Junk Flowers) o paesaggi (Junk Lands), hanno tutte una storia. Sono “pezzi” molto materici,  assemblaggi dei rifiuti riportati a riva dal mare, che vengono sempre a configurarsi in un contenuto, in un’ immagine ben definita che per certi aspetti, però, mette in contrapposizione i rifiuti stessi come oggetto della rappresentazione, ai rifiuti,  come materiale della rappresentazione. Tutti utilizzati come sono, senza mai essere tagliati o colorati. I “rifiuti” (gli scarti…), prendono forma grazie al talento elaborativo di

Rombo (2005) coll.priv

Rombo (2005) coll.priv

Marillina Fortuna e regalano all’osservatore sensazioni e stati d’animo molto piacevoli: c’è grande comunicazione. Può essere tristezza, nostalgia, ma anche gioia e immediatezza: questo l’impatto con l’opera di Marillina Fortuna. Il suo linguaggio è proprio quello dell’immagine risoluta, come s’intuisce in “Chi mi ama mi segua” (così recitava anche un famoso slogan legato ad una marchio di jeans), un assemblaggio di legno e plastica che raffigura una grande balena nell’intento di dettare la strada ad una serie di “pesciolini-accendini”.  Certe opere ricordano taluni “generali” di Enrico Baj: anche se intendono percorrere un cammino diverso, che vede come protagonisti la laguna veneziana e il mare Mediterraneo che la circonda. E’ la stessa Fortuna a dire, infatti, “il Mare,  (Mediterraneo) simbolo di tutti i mari: nel rapporto stretto tra acqua e terra e coloro che ci abitano. Primi fra tutti i pesci.” Pesci che potrebbero in qualche modo aver perso o essere in procinto di perdere, la loro vitalità. E’ il caso dell’opera del malinconico ma allo stesso tempo variopinto  “Bone Shark”, un enorme squalo-lisca, in legno, ferro e plastica che sarebbe tanto piaciuto a Ernest Hemingway: o negli angoscianti “Cat fish in the box” e “Ghost fishes in box”.  Nonostante ciò in questi lavori non si ravvisa mai un intento atto verso la protesta, un qualcosa di anarchico, una linea di provocazione. Semmai si coglie, con una certa immediatezza,  il piacere di voler creare una “nuova figuratività”: come ha scritto Omar Calabrese. Una figuratività che vede l’aspetto gioioso dettato dai coloratissimi e variopinti fiori,  dal “Grande Capo” di collodiana memoria o l’aspetto malinconico di “Yellow, Barbie!”, esemplare con il suo sguardo stranito che pare voler attirare l’attenzione grazie ad una branchia formata dal braccino della famosa bambola americana, sorretta da una piccola bombola (ossigeno. . .?!).  Con il suo “bricolage” al confine tra l’astratto ed il figurativo Marillina Fortuna ci regala una Venezia diversa (sotto l’aspetto dell’arte), ma ben precisa (sotto l’aspetto della quotidianità):  nei contenuti da regina “decapitata” del Mediterraneo…

VALTER ESPOSITO

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