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In divenire di Omar Calabrese

Junk Collection IN DIVENIRE (26)Ormai da tempo il panorama dell’arte contemporanea si è arricchito di una nuova tendenza: la ri-configurazione dei rifiuti. Intendiamoci: il recupero delle merci scartate e avanzate esiste da tempo. Basti pensare alla bella installazione di Pablo Picasso – oggi collocata al Museo di Mannheim – che presenta una serie di guerrieri assemblati con pezzi metallici trovati per strada. Ma anche dadaisti e futuristi hanno talora orientato i loro “objets trouvés” verso una sorta di ri-allestimento e ri-semantizzazione. Per non parlare, poi, della “nouvelle objectivité” e di artisti come César e Arman, che hanno spesso creato sculture con i materiali pressati della spazzatura.
In epoca più recente, tuttavia, il tema del riciclaggio in chiave artistica dei rifiuti si è fatto strada in maniera nuova. Lo si è infatti collegato a nuove forme di “impegno” dell’artista: in particolare, alla critica nei confronti della società dei consumi – soprattutto del mondo occidentale avanzato – che, attraverso lo spreco delle merci, manifesta la sua insensatezza e produce danni irreparabili all’ambiente che ci circonda. Sono ormai molti gli artisti che si sono dedicati a una simile nuova maniera di dissentire dall’andamento prevalente nella società contemporanea. Un esempio può essere fornito da una associazione di artisti italiani, denominata Riciclarte, attiva ormai da tempo soprattutto nel Comune di Bresso, che ospita personalità impegnate nel riuso dei materiali (magari anche quelle delle stesse opere da loro create) e nelle politiche di risparmio energetico e salvaguardia ambientale. Ma anche all’estero i casi sono ormai molto numerosi. Voglio ricordare un’ormai vecchia esposizione curata da Gilles Deleuze al Centre Pompidou (fine anni Ottanta) dal titolo appunto di Art des dechets. E il proliferare, in Francia, di associazioni di artisti come quella italiana prima citata. Qualche giovane maestro si è addirittura specializzato nel riuso degli avanzi della società capitalista occidentale, come Kristof Kintera, praghese, autore di mirabili installazioni sul tema (ad esempio un sacchetto di spazzatura dotato di cellule elettroniche che segue lo spettatore che gli si avvicina, e addirittura gli “parla” con suoni suadenti). Sono due, comunque, le grandi linee operative degli artisti del riciclaggio. La prima si limita all’ostensione dei materiali abbandonati, e ne fa un atto di accusa più o meno violento contro la società, pur immettendo nelle opere anche elementi appartenenti a un’estetica. La seconda, invece, trae ispirazione da quegli stessi materiali e prova a restituire loro un senso “altro”: quasi che essi sognassero di avere un’altra forma (appunto “artistica”) rispetto a quella di partenza.

Marillina Fortuna si inserisce pienamente nella prospettiva generale sopra indicata, e soprattutto può essere classificata nel secondo filone. I suoi lavori, infatti, sono per lo più assemblaggi di scarti abbandonati, rifiuti provenienti da luoghi diversi che il mare riporta a riva, ma sono riproposti per creare, quasi come paradosso e ironia sulla loro sorte, forme alle quali per tradizione attribuiamo valore estetico. E questo sia dal punto di vista oggettivo (la loro natura), perché sono riuniti a costituire oggetti naturali “belli” (ad esempio le due serie più cospicue: pesci o fiori); sia da quello soggettivo, perché le composizioni assomigliano molto a veri e propri “quadri” (nature morte, in ispecie) grazie all’uso della tecnica del collage (il cosiddetto “collage largo”, di origine cubista e poi dadaista), che raduna i “pezzi di mondo” su supporti planari. L’ironia, forse, risiede soprattutto in questo. Per suo stesso statuto, infatti, la “spazzatura” è costituita da elementi negativi, che portano, sì, memoria della loro funzione d’origine, ma testimoniano anche di una perdita di significato e di una degenerazione. L’opera finale, invece, risulta gradevole, quasi decorativa, e si allinea senza troppa deviazione agli oggetti artistici della tradizione. Ciò che era, come si è detto, negativo si “traduce” insomma in qualcosa che nel senso comune è positivo e familiare. Il paradosso, tuttavia, resta intatto, anche perché l’osservazione delle opere di Marillina Fortuna produce due tipi di messaggio concomitante. Viste da lontano, fanno prevalere il senso della superficie, dato che i lavori paiono quasi “dipinti”. Man mano che ci si avvicina, invece, il rilievo diventa prevalente, e si mette in atto sempre di più il riconoscimento del prototipo di provenienza delle parti.
Junk Collection IN DIVENIRE (25)La serie dei pesci è quella che colpisce di più lo spettatore. Anche perché l’artista – pur senza modificare con suoi interventi manuali la forma del reperto – seleziona gli elementi adatti a costituire la nuova configurazione formale, e certamente orienta la scelta delle componenti geometriche e di quelle cromatiche. Così, “ciò che non ha più senso” (lo scarto) può ritrovarne uno nuovo grazie al sistema percettivo delle combinazioni. I pesci di Marillina Fortuna sembrano infatti quasi inventati da un designer o da un pittore della pop art, con quel loro deciso contrappunto di tinte primarie e la regolarizzazione della figura d’arrivo.
Si potrebbe infine svolgere qualche considerazione di natura “filosofica” (nel senso lato del termine, per carità) sul contenuto di questo lavoro. A mio avviso, esso dà espressione a una specie di idea dell’”eterno ritorno”. Se si considera che le parti di oggetti riutilizzati hanno una provenienza domestica (furono per lo più oggetti di consumo individuale), e che, per la loro potenziale destinazione ideale (una casa borghese), finiranno probabilmente col ritornarvi, si può effettivamente dire che quel che viene buttato ha la possibilità di ri-accedere al proprio ambiente di partenza, e di tornare – da “vecchio” che era stato valutato – completamente “nuovo”. Parafrasando Lavoisier, in conclusione, queste opere dimostrano che nella cultura, come in natura, “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.

Omar Calabrese

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