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Personale RESIDUI PRIMARI / 16 giugno – 30 settembre 2011 / ALTAVIA Alzaia Naviglio Pavese 78/3 Milano

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RESIDUI PRIMARI
Dall’incolto al protetto

“La legge del caso, che racchiude in sé tutte le leggi e resta per noi incomprensibile come la causa prima onde origina la vita, può essere conosciuta soltanto in un completo abbandono all’inconscio. Io affermo che chi segue questa legge creerà la vita vera e propria…”.

Così scriveva – e praticava nel suo fare arte – Jean Arp nei primi decenni del secolo scorso, quando Dada prima e il Surrealismo poi avevano lacerato il rigido sipario tra ragione e follia, tra conscio e inconscio trovando proprio in quella terra incognita le radici della creazione. Le radici dell’arte.
E non solo. Il caso e la necessità, avrebbe poi affermato – da biologo alieno da tentazioni dottrinarie di alcun tipo – Jacques Monod, identificando nel loro misterioso connettersi la spinta evolutiva, la ragione della fantasmagorica differenziazione degli esseri viventi: “ Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione: oggi questa nozione centrale della Biologia non è più un’ipotesi fra le molte possibili o perlomeno concepibili, ma è la sola concepibile…” scriveva ne Il caso e la necessità (1970).
Ecco, fra questi due termini – arte e scienza, cultura e natura – si pone l’itinerario di Marillina Fortuna, il suo raccogliere “residui” di incessanti metamorfosi nate dal vento, dall’acqua, dal clima e dall’ambiente, ma anche dall’agire umano, dal suo peregrinare sulla terra, dal suo consumare, usare, abbandonare…
E, del resto, non era questo uno dei significati primari di quell’intensa stagione dell’arte e del pensiero che andò sotto il nome di Arte povera, Land Art, Environmental ecc…?
Anche allora si stabilì un rapporto vitale e fecondo fra l’artista e la realtà vera, concreta: realtà di stracci e sassi, di sabbia e vento, di memoria e stratificazione semantica: basti pensare ai “reperti” antropologici di Joseph Beuys, a quelle slitte e a quel feltro che raccontavano di quando l’uomo era anche sciamano e aruspice, tramite fra la creatura nuda e inerme e la natura possente e onnipotente…
Come scrisse Germano Celant nella mostra torinese del 1969 che rivelò alla pigra platea italiana la densità e la profondità di quel movimento, “L’arte povera si manifesta essenzialmente nel ridurre ai minimi termini, nell’impoverire i segni per ridurli ai loro archetipi…”.
Un impoverimento di segni che non vuol dire diminuzione bensì “riduzione all’essenza”, a quel che resta dopo le infinite manipolazioni operate dalle mani e dalla mente.
Un ritorno al principio dopo l’avventura e la peregrinazione, come Ulisse che torna a “baciare la sua pietrosa Itaca”: restituito alle pietre originarie, al paesaggio dal quale è nato e al quale – finalmente – ritorna. Ma i dieci anni di quel viaggio non possono scomparire e, allora, il suo occhio guarderà quelle pietre in altro modo, con una diversa consapevolezza.
Comprenderà che il suo habitat pietroso è qualcosa di unico, delicato e fragile, che può andare perduto da un momento all’altro.
In fondo, credo che questo intendesse Omar Calabrese quando, per la mostra genovese del marzo 2008, affermava che il lavoro di Marillina “dà espressione a una specie di idea dell’‘eterno ritorno’”, poiché “quel che viene buttato ha la possibilità di ri-accedere al proprio ambiente di partenza e di ‘tornare’ – da vecchio che era stato valutato – completamente ‘nuovo’. Parafrasando Lavoisier… nella cultura, come in natura, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma…”.
Il paesaggio cui ritorna Marillina non è un’isola greca di tremila anni fa; non è il giardino dell’Eden incontaminato e fecondo. Il suo paesaggio è stato abitato, trasformato, abusato e sfruttato.
E’ un paesaggio di “residui”, di “spazzatura”.
Come lei stessa chiarisce, “Il mio residuo, il Junk, è materia prima che utilizzo così come è stata abbandonata e lavorata dalla natura (il mare, il vento, le rocce…)…”. Ma è anche “qualcosa che rimane di una produzione: di fatto non è quasi mai un oggetto riconoscibile, bensì traccia di qualcos’altro, scartata da una lavorazione: lasciata, abbandonata. Possiamo riconoscerne le origini, capire cos’è grazie all’esperienza e alla conoscenza…”.
Un reperto, allora, che ha perduto la sua ragion d’essere e può quindi diventare qualsiasi cosa se lo si inserisce in un diverso e nuovo spazio mentale e reale.
Dallo “spazio indeciso” come lo definisce Gilles Clément nel Manifesto del Terzo Paesaggio, il residuo di Marillina “viaggia” e si deposita in uno spazio privilegiato, diventando, scrive l’artista,
“protagonista. Nell’assemblaggio infatti, il residuo si evolve, andando a formare figure, luoghi, oasi, giardini immaginari e immaginati, spazi conclusi ma spesso in movimento, liberi di produrre senso”.
E saranno allora Lands e Flowers, terre e fiori, isole e giardini, da leggere come “scorci, riaffioramenti, ricordi, viaggi immaginari ma possibili, spazi che prendono forma e che diventano… giardini, spazi chiusi ma liberi che vivono e possono vivere sempre grazie all’acqua: terre che emergono dal mare (la serie delle Isole), città (Milano vicina all’Europa, Venezia, un pesce fuor d’acqua?), deserti che abbandonano l’aridità (Contro-tendenza), fiori sempre in movimento (Oltre il giardino, Il vento fa il suo giro)…”.
Un mondo nuovo e fantastico che rimanda tuttavia alle origini: terra, acqua, aria. Gli elementi primari della vita e delle vite del pianeta e dei suoi abitanti, siano essi piante, animali, uomini.
Ed è qui, in questo mondo nuovo creato dai resti e dagli scarti, che si leva – inevitabilmente – il grido d’allarme di Marillina: fino a quando la “spazzatura”, sia essa concreta o mentale, potrà essere recuperata e rivitalizzata? Fino a quando il fragilissimo equilibrio del nostro habitat reggerà agli insulti e alle devastazioni?
Fino a quando la materia che ci sostiene e si evolve resisterà allo spreco, alla dissipazione, all’abbandono?
Ecco allora la necessità che dall’incolto, dall’abbandonato, dal perduto, si passi al protetto, al salvaguardato, al conservato.
Un monito per la salvezza e del mondo e dei suoi, troppo spesso, immemori abitatori…

Anty Pansera

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