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Mediterraneo di Omar Calabrese

MARILLINA FORTUNA CI REGALA UNA NUOVA MOSTRA

Piccola Balena azzurra (2005)

Piccola Balena azzurra (2005)

Marillina Fortuna ci regala una nuova mostra, dopo quella di Genova del 2008, dal titolo Mediterraneo. Nulla di più appropriato, bisogna dire. La maggior parte delle opere dell’artista, infatti, sono assemblaggi di rifiuti che vengono dal mare della nostra Penisola, pazientemente raccolti e riproposti in montaggi non più casuali, ma facenti parte di nuove forme piacevoli, divertenti, “naturali” (pesci, fiori, personaggi, paesaggi, e così via). Ciò che l’uomo ha considerato non più dotato di senso, cioè spazzatura, rigetto, inutilità, entra improvvisamente e magicamente in una dimensione estetica.
Si tratta, certo, di una operazione non nuova, sia dal punto di vista ideologico che da quello estetico. Vale la pena rammentare che fin dagli anni Sessanta – nell’ambito della nascente disciplina dell’ecologia (Barry Commoner, Tomàs Maldonado, Ettore Sottsass fra gli altri) – si era posto il problema del cosiddetto “parco degli oggetti” nel mondo dei consumi dell’Occidente. E si faceva notare, con grande lungimiranza, che gli oggetti desueti sono la traccia dello spreco prodotto dal mondo capitalistico avanzato, che prima o poi avrebbe dovuto fare i conti con la loro dismissione. Nell’ambito del design, su questa base, nascevano nuove tendenze, come quella capitanata appunto da Sottsass, che proponeva il riuso delle merci inutili del nostro mondo per produrre utilità nei Paesi poveri, oppure il design “povero”, l'”antidesign”, e molti altri movimenti che intervenivano per l’appunto sul riuso dei materiali, cambiando loro significato e orientandoli verso una dimensione estetica.
Ma anche nell’arte contemporanea in precedenza era accaduto qualcosa di simile: i dadaisti lavoravano sugli objets trouvès, e restituivano loro dignità, giungendo provocatoriamente ad esporli nelle mostre e nei musei, a partire dalla famosa Fountain di Marcel Duchamp, che altro non era se non un orinatoio trovato in una qualche discarica. E operazioni simili sono state compiute dal nostro “patafisico” Enrico Baj, con le sue scene o le sue sculture fatte di tappezzeria, passamaneria, legni buttati da qualche falegnameria, e via dicendo. Perfino Picasso si è cimentato in lavori di questa natura, soprattutto attorno agli anni Dieci/Venti. Oggi, l’Art des dechêts è diventata quasi una moda, almeno stando alle opere raccolte in varie mostre in giro per il mondo, come quelle organizzate da Achille Bonito Oliva in Corea o da Lea Vergine in Italia.
Il lavoro di Marillina Fortuna, però, ha una sua particolare originalità. Non vi troviamo un semplice gesto ideologico – una protesta “politica” – e nemmeno un’indicazione provocatoria, destinata a èpater le bourgeois. La nostra artista sceglie volontariamente di produrre opere sensate, gradevoli addirittura, ottenute con una pazienza da cesellatrice o da orafa. La loro caratteristica estetica è dunque piuttosto quella di rinnovare i materiali, di partire da un nuovo repertorio, per mettere in luce la capacità manuale di chi crea le opere, il suo potenziale di invenzione. Non a caso possiamo dunque parlare di una “nuova figuratività”, ottenuta da quel che non ti aspetti, e di cui, in qualche caso, nemmeno riconosci a prima vista l’origine banale e consumata. Ecco perchè i suoi lavori sono spesso divertenti: perchè in fondo ci rimandano a un mondo di magìe dell’infanzia, quello della ri-creazione.

Omar Calabrese

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